Inail, la rendita ai superstiti spettante anche in caso di aggravamento oltre il termine per la revisione


Il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius; tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto (Corte di Cassazione, ordinanza 26 novembre 2019, n. 30879).


La Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto da un soggetto che chiedeva il riconoscimento della rendita ai superstiti e dell’assegno funerario per la morte di un lavoratore, a seguito delle complicanze legate alla malattia professionale di cui soffriva in vita. La Corte aveva ritenuto che l’evoluzione peggiorativa dell’originaria malattia professionale di cui era affetto il de cuius, era comparsa ben oltre il termine di 15 anni stabilito per la revisionabilità della rendita; pertanto, benché il diritto alla rendita ai superstiti sorga autonomamente e per legge in capo agli interessati, esso trovava necessariamente fondamento sui presupposti dettati dalla normativa del Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (D.P.R. n. 1124/1965) ed era soggetto ai principi fissati dalla stessa normativa, compreso quello per cui gli aggravamenti, per essere azionabili nei confronti di Inail, dovevano essersi verificati entro il quindicennio dalla costituzione della rendita, termine che operava sul piano sostanziale incidendo sull’esistenza stessa del diritto.
Contro la sentenza propone così ricorso in Cassazione il superstite, lamentando violazione e falsa applicazione della legge (artt. 85, 83 e 137, D.P.R. n. 1124/1965), avendo la Corte posto dei limiti temporali all’applicazione dei parametri per l’erogazione della rendita ai superstiti, non contemplati dalla normativa.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. La Corte di merito, infatti, tradendo la premessa sull’autonomia della rendita ai superstiti e sul diritto degli eredi a percepirla iure proprio, ha riferito alla rendita ai superstiti l’istituto della “revisione della rendita per miglioramento o peggioramento”, riguardante invece esclusivamente la diversa prestazione relativa alla rendita di cui è titolare lo stesso lavoratore assicurato, ovvero la rendita già costituita. L’oggetto della revisione è, infatti, il grado di riduzione dell’integrità psico-fisica del lavoratore ed il provvedimento di determinazione della misura della rendita già liquidata, nonché lo status di assenza postumi d’invalidità permanente o di presenza postumi che non raggiungono il minimo per l’indennizzabilità in capitale o per l’indennizzabilità in rendita (art. 13, co. 4, D.Lgs. n. 38/2000).
La rendita ai superstiti costituisce quindi una prestazione previdenziale che spetta iure proprio e non iure successionis e il diritto non appartiene al patrimonio del defunto perché nasce alla morte dell’assicurato. Di conseguenza, si prescinde dalla circostanza che per l’infortunio sul lavoro o per la malattia professionale sia stata già costituita la rendita, ed essa compete nonostante che la rendita sia stata liquidata in capitale all’infortunato. Altresì, essa non è vincolata dal preesistente accertamento amministrativo dell’esistenza di postumi invalidanti, trattandosi di un diritto autonomo che prescinde del tutto dalla titolarità della rendita.
Infine, con riguardo alla questione oggetto di causa, il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius. Tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto.

Studio professionale associato, nessun obbligo assicurativo nei confronti dell’Inail


In tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l’obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell’ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo ne contemplano l’assoggettamento per le associazioni professionali (Corte di Cassazione, sentenza 21 novembre 2019, n. 30428).


Una Corte d’appello territoriale aveva respinto l’appello proposto dall’INAIL avverso la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato come non soggetto all’obbligo di cui all’assicurazione per gli infortuni e le malattie professionali gestita dall’INAIL, uno Studio associato di architetti, in relazione alla posizione dei singoli associati. La pretesa dell’INAIL traeva origine da un accertamento ispettivo dal quale era emerso che l’atto costitutivo dello Studio appellato prevedeva che i singoli architetti erano gli unici a garantire lo svolgimento delle attività facenti capo allo studio associato, sicché, essendo la concreta situazione organizzativa assimilabile a quella dei soci lavoratori delle società semplici, risultava sussistente il requisito soggettivo di cui all’articolo 4, comma 1, n. 7, del Testo Unico del 1965. Il Tribunale, però, aveva negato l’obbligo assicurativo ritenendo che l’operazione di assimilazione ipotizzata fosse illegittima, considerata la natura libero professionale dell’attività svolta dagli architetti associati. Ricorre così in Cassazione l’Istituto assicuratore, lamentando falsa applicazione e violazione della legge, laddove il citato disposto normativo prevede vadano assicurati anche i soci delle cooperative e di ogni altro tipo di società, anche di fatto e comunque denominata, costituita od esercitata, i quali prestano opera manuale oppure non manuale. In sostanza, lo Studio associato doveva ritenersi una società di fatto in quanto soggetto giuridico autonomo distinto dai singoli partecipanti.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. Già in precedenza (Corte di cassazione, sentenza n. 15971/2017), è stato affermato il principio secondo il quale in tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l’obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell’ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo (artt. 1, 4 e 9, D.P.R. n. 1124/1965) ne contemplano l’assoggettamento per le associazioni professionali. Altresì, sempre di recente, la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 25 del 12 gennaio 2016) ha confermato la mancanza dell’obbligo assicurativo contro gli infortuni e le malattie professionali in capo ai membri di studi professionali associati, ancorché legati da un vincolo di dipendenza funzionale. La Corte Costituzionale, in particolare, ha rilevato sul punto che “a fronte della multiforme realtà degli studi professionali, contraddistinta dalla coesistenza dei disparati assetti organizzativi, che l’accordo degli associati prefigura, e dal vario atteggiarsi dei rapporti di lavoro, secondo i tratti dell’autonomia o di un coordinamento più incisivo delle prestazioni, la discrezionalità del Legislatore può modulare l’obbligazione assicurativa secondo schemi molteplici, che individuino in maniera univoca e coerente, in questa variegata gamma di fattispecie, le situazioni meritevoli di tutela; che, pertanto, la soluzione tratteggiata dal giudice rimettente, incentrata sul criterio selettivo della dipendenza funzionale, non è costituzionalmente imposta”. Altresì, come più volte affermato anche dalla giurisprudenza costituzionale, alla pretesa fatta valere dal ricorrente osta il dato che nel sistema assicurativo gestito dall’INAIL non vige il principio assoluto della copertura universalistica delle tutele. Peraltro, tale carenza legittima l’intervento del giudice delle leggi solo laddove si realizzi una palese violazione del principio di eguaglianza costituzionalmente sancito (art. 3), che non può essere derogato. In definitiva, dunque, devono ritenersi persistenti, all’interno del sistema antinfortunistico e di assicurazione per le malattie professionali, limiti oggettivi e soggettivi sia rispetto alle “attività protette” che alle “persone assicurate”.

Domanda indennità NASpI: decorrenza del termine in caso di malattia


Con riferimento alla decorrenza del termine ed alla sospensione dello stesso per la presentazione della domanda di indennità NASpI nel caso di evento di malattia insorto prima o dopo la cessazione del rapporto di lavoro subordinato, è necessario tenere conto della diversa disciplina della malattia e dell’indennizzabilità della stessa a seconda del contratto sottostante al rapporto di lavoro.


A conferma e ad integrazione di quanto già in precedenza precisato (paragrafo 2.6.a.2, Circolare n. 94/2015), nel caso di evento di malattia comune indennizzabile da parte dell’INPS o infortunio sul lavoro/malattia professionale indennizzabile da parte dell’INAIL insorto dopo la data di cessazione del rapporto di lavoro, il termine di presentazione della domanda rimane sospeso per un periodo pari alla durata dell’evento di malattia indennizzato o di infortunio sul lavoro/malattia professionale e riprende a decorrere, al termine del predetto evento, per la parte residua.
Laddove la malattia comune indennizzabile da parte dell’INPS o infortunio sul lavoro/malattia professionale indennizzabile da parte dell’INAIL insorga durante il rapporto di lavoro e si protragga oltre la cessazione dello stesso, il termine per la presentazione della domanda di NASpI decorre dalla fine dell’evento di malattia/infortunio.
Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che la cessazione del rapporto di lavoro intanto rileva per la decorrenza del termine di decadenza in quanto comporta la cessazione dei mezzi di sussistenza del lavoratore; laddove invece la copertura del bisogno derivi dal sistema previdenziale, il riconoscimento in capo al lavoratore disoccupato di altre prestazioni di natura previdenziale preclude la decorrenza del termine di decadenza stesso; la Corte, inoltre, ha precisato che il termine di decadenza di sessanta giorni previsto dall’articolo 129, comma 5, del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, per la presentazione della domanda di ammissione al pagamento dell’indennità di disoccupazione non decorre durante il periodo di malattia per il quale il disoccupato abbia titolo ad altre prestazioni economiche di natura previdenziale.
Nel caso, invece, in cui non sia normativamente prevista, per la specifica categoria di lavoratore subordinato, la tutela della malattia oltre la data di cessazione del rapporto di lavoro (si pensi, ad esempio, ai lavoratori a tempo determinato del settore commercio), il termine di presentazione della domanda di NASpI non può essere sospeso e pertanto decorre secondo le regole ordinarie.
Al riguardo, la Cassazione – con la sentenza n. 17404/2016 – ha precisato che “[…] la decadenza consiste nel fatto oggettivo del mancato esercizio del diritto entro un termine stabilito, nell’interesse generale o individuale alla certezza di una determinata situazione giuridica, senza alcuna possibilità di proroga, sospensione o interruzione, se non nei casi eccezionali tassativamente previsti dalla legge […]: essa pertanto non può essere impedita da una situazione di fatto di mera difficoltà, essendo invece necessario un impedimento assoluto imputabile a causa ineluttabile. […]”.
Ciò premesso, si chiarisce che, nell’ipotesi in cui l’evento di malattia non è indennizzato/indennizzabile, il termine di 68 giorni, previsto a pena di decadenza per la presentazione della domanda di indennità di disoccupazione, non è sospeso, ma decorre secondo le regole ordinarie (Messaggio n. 4211/2019).

Professori e ricercatori universitari, chiarimenti Inps sugli obblighi di contribuzione


Con messaggio n. 4171 del 14 novembre 2019, l’Inps  fornisce indicazioni in merito agli obblighi di iscrizione e contribuzione dei professori, ricercatori e figure equiparate che svolgono attività di assistenza sanitaria presso le Aziende ospedaliero-universitarie o strutture convenzionate


Come noto, i professori, i ricercatori e le figure equiparate in servizio presso le Università italiane che prestano, in aggiunta all’attività didattica e di ricerca, attività di assistenza sanitaria presso le Aziende ospedaliero-universitarie o strutture comunque convenzionate, oltre al trattamento economico da parte dell’Università, ricevono i trattamenti economici aggiuntivi previsti dai relativi CCNL dei dirigenti del SSN, a carico della struttura sanitaria, ovvero (art. 6, D.Lgs. n. 517/1999):
– un trattamento graduato in relazione alle responsabilità connesse ai diversi tipi di incarico (c.d. indennità di posizione);
– ed un trattamento aggiuntivo graduato ai risultati ottenuti nell’attività assistenziale e gestionale, nonché all’efficacia nella realizzazione dell’integrazione tra attività assistenziale, didattica e di ricerca (c.d. indennità di risultato).
A questi emolumenti può aggiungersi, poi, l’indennità di “esclusività” (art. 5, co. 3, D.Lgs. n. 517/1999) che estende ai professori e ricercatori universitari il trattamento economico aggiuntivo per i dirigenti sanitari (art. 15-quater, co. 5, D.Lgs. n. 502/1992), quale corrispettivo per la limitazione intramoenia dell’attività libero professionale e cioè per lo svolgimento del rapporto di lavoro in regime di esclusività. Tale emolumento, distinto dalla retribuzione, viene corrisposto con importi fissi e ricorrenti.
Orbene, poichè lo svolgimento dell’attività assistenziale medica svolta presso le suddette strutture, trova il suo fondamento nel rapporto di lavoro principale instaurato con l’Università, l’obbligo di contribuzione deve essere assolto anche per le retribuzioni erogate per l’attività sanitaria, nelle casse e nei fondi a cui risulta iscritto il lavoratore per il rapporto di lavoro instaurato con l’Università, segnatamente alla Cassa per i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato (CTPS) e al Fondo ex Enpas per i trattamenti di previdenza, nonché alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali.
Orbene, per la corretta valorizzazione, ai fini pensionistici, del trattamento economico graduato in relazione alle responsabilità connesse ai diversi tipi di incarico, la retribuzione di posizione connessa all’incarico attribuito al personale in esame può essere considerata quale parte aggiuntiva al trattamento economico fondamentale e quindi valutabile ai fini del trattamento pensionistico in quota A), senza operare la maggiorazione del 18%. Ciò, in relazione alla funzione perequativa del compenso in questione tra il trattamento economico fondamentale del personale del SSN e il trattamento stipendiale attribuito al personale universitario, che presta servizio nelle strutture sanitarie per effetto delle convenzioni. Viceversa, l’indennità di risultato e quella di esclusività, in quanto soggette a variazione in relazione ai risultati conseguiti, sono da valutarsi nella c.d. “quota B” del trattamento di pensione.

Casse professionali, esclusa la debenza di contributi di solidarietà di natura regolamentare


Esula dai poteri riconosciuti dalla normativa vigente, la possibilità delle Casse privatizzate di emanare un contributo di solidarietà in quanto esso non può essere ricondotto ad un “criterio di determinazione del trattamento pensionistico”, ma costituisce un prelievo che può essere introdotto solo dal Legislatore (Corte di Cassazione, sentenza 12 novembre 2019, n. 29292).


Una Corte d’appello territoriale, confermando la decisione resa dal Tribunale di prime cure, aveva accolto la domanda proposta da un professionista nei confronti della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Dottori Commercialisti, intesa a conseguire la declaratoria di non debenza del contributo di solidarietà imposto dalla Cassa, con riferimento al periodo 2009/2013. Secondo la Corte territoriale il contributo predetto era illegittimo sulla base del principio per cui, una volta maturato il diritto alla pensione di anzianità, l’Ente previdenziale debitore non può con atto unilaterale, regolamentare o negoziale, ridurne l’importo, tantomeno adducendo generiche ragioni finanziarie, poiché ciò lederebbe l’affidamento del pensionato nella consistenza economica del proprio diritto soggettivo, costituzionalmente tutelato (art. 3).
Ricorre così in Cassazione la CNPADC, lamentando principalmente che Corte territoriale non avesse considerato la possibilità di adottare, da parte di tutte le Casse privatizzate, i necessari provvedimenti all’equilibrio di bilancio, legittimando così la prevista trattenuta.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. Alla luce, infatti, del recente orientamento di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza n. 10 dicembre 2018, n. 31875), esula dai poteri riconosciuti dalla normativa vigente, la possibilità delle Casse di emanare un contributo di solidarietà in quanto esso, al di là del nome utilizzato, non può essere ricondotto ad un “criterio di determinazione del trattamento pensionistico”, ma costituisce un prelievo che può essere introdotto solo dal Legislatore.
Tantomeno può incidere in senso modificativo la sentenza con cui la Corte costituzionale ha sancito la legittimità costituzionale della norma di cui all’articolo 1, comma 486, della Legge n. 147/2013, sostanziandosi la pronunzia nell’affermata congruità del prelievo disposto da tale previsione legislativa, e non da una norma di natura regolamentare o negoziale, rispetto alle condizioni enunciate dalla stessa Corte costituzionale per la legittimità dell’intervento, ovvero l’operare all’interno del complessivo sistema della previdenza, l’essere imposto dalla crisi contingente e grave del predetto sistema, l’incidere sulle pensioni più elevate, il porsi come prelievo sostenibile, il rispettare il principio di proporzionalità, l’essere comunque utilizzato come misura una tantum.

Incentivo assunzione percettori Rdc, l’istanza telematica disponibile dal 15 novembre


Con messaggio n. 4099 dell’8 novembre 2019, l’Inps comunica le modalità operative per la richiesta e la fruzione dell’incentivo all’assunzione di percettori del reddito di cittadinanza


In merito all’applicazione dell’incentivo all’assunzione di percettori del reddito di cittadinanza (art. 8, D.L. 28 gennaio 2019, n. 4, conv. in L. 28 marzo 2019, n. 26), l’Inps rende noto che sul sito istituzionale, nella sezione “Portale delle Agevolazioni” (ex sezione DiResCo), entro il 15 novembre 2019 sarà reso disponibile il modulo di richiesta dell’agevolazione, denominato “SRDC – Sgravio Reddito di Cittadinanza – art. 8 del d.l. n. 4/2019”. Il datore di lavoro interessato ad accedere all’incentivo dovrà inviare la domanda telematica per il riconoscimento dell’agevolazione, nonché la determinazione dell’importo e della durata. Nella medesima istanza, sarà necessario indicare se l’assunzione del beneficiario del Rdc riguardi un’attività lavorativa coerente con il percorso formativo seguito in base al patto di formazione. Tale circostanza, infatti, determina per il datore di lavoro una fruizione del beneficio in misura ridotta, in quanto una quota dell’incentivo, pari all’importo mensile già riconosciuto al datore di lavoro sulla base delle regole che determinano la misura dello stesso e, comunque, non superiore alla metà del reddito di cittadinanza spettante, viene riconosciuta, sempre in forma di sgravio contributivo, anche all’Ente di formazione che ha qualificato o riqualificato il lavoratore assunto. Al riguardo, l’Ente potrà verificare l’ammontare dello sgravio spettante mediante la consultazione di un’apposita utility che verrà messa a disposizione dall’Istituto.
L’Inps, una volta ricevuta la domanda telematica, mediante i propri sistemi informativi centrali:
– verificherà preventivamente che il datore di lavoro abbia comunicato la disponibilità dei posti vacanti (vacancy) alla piattaforma digitale dedicata al Rdc presso l’ANPAL;
– calcolerà l’ammontare e la durata del beneficio spettante in base alle informazioni sul Reddito di cittadinanza in suo possesso e in base all’ammontare dei contributi previdenziali e assistenziali a carico del datore di lavoro e del lavoratore  dichiarati nella richiesta;
– consulterà il Registro nazionale degli aiuti di Stato per verificare che per quel datore di lavoro vi sia possibilità di riconoscere aiuti de minimis;
– fornirà, eventualmente, un riscontro di accoglimento della domanda, contestualmente elaborando il relativo piano di fruizione.
L’importo dell’incentivo riconosciuto dalle procedure telematiche costituirà l’ammontare massimo dell’agevolazione che potrà essere fruita nelle denunce contributive. Lo sgravio sarà riconosciuto in base al minor valore tra il beneficio mensile del Rdc spettante al nucleo familiare, il tetto mensile di 780,00 euro e i contributi previdenziali e assistenziali a carico del datore di lavoro e del lavoratore calcolati con riferimento al rapporto di lavoro a tempo pieno. Pertanto, nelle ipotesi di assunzione a tempo pieno e successiva trasformazione in part-time (art. 8, D.Lgs. n. 81/2015), sarà onere del datore di lavoro eventualmente riparametrare l’incentivo spettante in base ai contributi effettivamente dovuti e fruire dell’importo ridotto. La fruizione del beneficio per il datore di lavoro e per l’ente di formazione accreditato potrà avvenire mediante conguaglio/compensazione nelle denunce contributive (flusso UniEmens o DMAG).
I datori di lavoro che operano con il sistema UniEmens, a partire dal flusso di competenza novembre 2019, esporranno il beneficio spettante valorizzando all’interno di <DenunciaIndividuale>, <DatiRetributivi>, <Incentivo>, i seguenti elementi:
– nell’elemento <TipoIncentivo>, il valore “RDCP”, avente il significato di “Incentivo reddito di cittadinanza art. 8 del decreto legge 28 gennaio 2019”;
– nell’elemento <CodEnteFinanziatore>, il valore “H00” (Stato);
– nell’elemento <ImportoCorrIncentivo>, l’importo posto a conguaglio relativo al mese corrente.
Per il recupero dell’incentivo relativo ai mesi di competenza da aprile 2019 a ottobre 2019, le aziende dovranno avvalersi della procedura di regolarizzazione. I dati così esposti nell’UniEmens saranno poi riportati, a cura dell’Istituto, nel DM2013 “VIRTUALE” ricostruito dalle procedure con il codice “L522”, avente il significato di “conguaglio incentivo reddito di cittadinanza art. 8 del decreto legge 28 gennaio 2019”.
Per le modalità di esposizione dei dati relativi alla fruizione dell’agevolazione in misura ridotta per assunzione successiva all’intervento dell’Ente Formatore, i datori di lavoro autorizzati, per esporre il beneficio spettante, a partire dal flusso UniEmens di competenza novembre 2019, dovranno valorizzare, all’interno di <DenunciaIndividuale>, <DatiRetributivi>, <Incentivo>, i seguenti elementi:
– nell’elemento <TipoIncentivo>, il valore “RDCD”, avente il significato di “Incentivo reddito di cittadinanza art. 8 del decreto legge 28 gennaio 2019 ridotto”;
– nell’elemento <CodEnteFinanziatore>, il valore “H00” (Stato);
– nell’elemento <ImportoCorrIncentivo>, l’importo posto a conguaglio relativo al mese corrente.
Per il recupero dell’incentivo relativo ai mesi di competenza da aprile 2019 a ottobre 2019, le aziende dovranno avvalersi della procedura di regolarizzazione. I dati sopra esposti nell’UniEmens saranno poi riportati, a cura dell’Istituto, nel DM2013 “VIRTUALE” ricostruito dalle procedure con il codice “L523”, avente il significato di “conguaglio Incentivo Reddito di Cittadinanza art. 8 del decreto legge 28 gennaio 2019 ridotto”.

Contratti di solidarietà difensivi: le modalità di fruizione dello sgravio contributivo per il 2018


Con circolare n. 133 del 7 novembre 2019, l’Inps fornisce le istruzioni operative per la fruizione delle riduzioni contributive connesse ai contratti di solidarietà in favore delle aziende che, sulla base dei decreti direttoriali adottati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, siano state ammesse allo sgravio contributivo (art. 6, D.L. n. 510/1996, conv. in L. n. 608/1996), a valere sulle risorse stanziate per l’anno 2018.


Come noto, tra le varie misure a vantaggio delle imprese, è stato previsto un incentivo connesso alla stipula di contratti di solidarietà (CdS) difensivi accompagnati da Cigs. Nello specifico, in favore dei datori di lavoro che stipulino contratti di solidarietà, è stabilita una riduzione contributiva del 35% per ogni lavoratore interessato alla riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20%, per la durata del contratto e, comunque, per un periodo non superiore a ventiquattro mesi, nei limiti delle risorse preordinate nel Fondo per l’occupazione (art. 6, co. 4, D.L. n. 510/1996).
Per l’anno 2018, destinatarie della riduzione contributiva sono le imprese che al 30 novembre 2018 abbiano stipulato un contratto di solidarietà ai sensi del D.L. n. 726/1984 (convertito in L. n. 863/1984) o del D.Lgs. n. 148/2015, nonché le imprese che abbiano avuto un contratto di solidarietà in corso nel secondo semestre dell’anno precedente. Diversamente da quanto richiesto in passato, ai fini dell’ammissione allo sgravio non è stata necessaria l’individuazione, nel contratto di solidarietà, di strumenti finalizzati a indicare miglioramenti della produttività di entità analoga allo sgravio contributivo spettante sulla base dell’accordo sulla riduzione dell’orario di lavoro ovvero di un piano di investimenti finalizzato a superare le inefficienze gestionali o del processo produttivo. Inoltre, la domanda presentata da ciascuna impresa doveva riportare l’importo della riduzione contributiva richiesta che, in caso di accoglimento della stessa, viene riportato nei decreti direttoriali di ammissione alla decontribuzione quale misura massima del beneficio. L’Inps, infatti, non è più chiamato a stimare, in via preventiva, l’onere connesso alle richieste di riduzione contributiva presentate dalle imprese interessate e a comunicarne i risultati al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ai fini dell’adozione dei relativi decreti.
Orbene, completata l’istruttoria delle istanze, la Direzione generale degli Ammortizzatori sociali e della formazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha adottato i provvedimenti di ammissione alla riduzione contributiva, per l’importo massimo indicato in ciascuna istanza, fermo restando che possono essere conguagliate solo le somme effettivamente spettanti.
La riduzione contributiva deve essere applicata sui contributi versati per ciascun dipendente interessato all’abbattimento dell’orario di lavoro, come stabilito nel contratto di solidarietà. Il beneficio deve essere rapportato a ciascun periodo di paga ricompreso nell’arco temporale di autorizzazione alla fruizione del beneficio stesso. Considerato che l’obbligazione contributiva sorge alla scadenza del periodo di paga, le riduzioni contributive sono applicabili nel periodo cui si riferisce la denuncia contributiva, in relazione all’orario di lavoro effettuato da ogni lavoratore. Conseguentemente, per ogni mese i datori di lavoro hanno diritto alla riduzione del 35% sulla parte dei contributi a loro carico per ogni lavoratore che, in detto mese, abbia un orario ridotto in misura superiore al 20% rispetto a quello contrattuale. Non sono soggette alla riduzione contributiva:
– il contributo per la garanzia sul finanziamento della Qu.I.R. (art. 1, co. 29, L. n. 190/2014);
– il contributo aggiuntivo contro la disoccupazione involontaria, pari allo 0,30% della retribuzione imponibile (art. 25, co. 4, L. n. 845/1978);
– il contributo di solidarietà sui versamenti destinati alla previdenza complementare e/o ai fondi di assistenza sanitaria (L. n. 166/1991);
– il contributo di solidarietà per i lavoratori dello spettacolo (art. 1, commi 8 e 14, D.Lgs. n. 182/1997).
La riduzione contributiva è incompatibile con qualunque altro beneficio contributivo previsto, a qualsiasi titolo, dall’ordinamento, fermo restando che essa è subordinata al possesso della regolarità contributiva ed al rispetto della parte economica degli accordi e contratti collettivi (art. 1, co. 1175, L. n. 296/2006).
La procedura per il conseguimento della riduzione contributiva deve essere attivata ad iniziativa del datore di lavoro. La Struttura Inps competente, invece, accertata sulla base della documentazione prodotta dall’azienda (decreto direttoriale di ammissione al beneficio) la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della riduzione contributiva, provvede ad attribuire alla posizione aziendale il codice di autorizzazione “1W”, “Azienda che ha stipulato contratti di solidarietà accompagnati da CIGS, ammessa alla fruizione delle riduzioni contributive ex lege 608/1996 ai sensi del D.I. 27 settembre 2017, n. 2”.
Per esporre nel flusso Uniemens le quote di sgravio spettanti per il periodo autorizzato, le aziende interessate valorizzano all’interno di <DenunciaAziendale>, <AltrePartiteACredito>, i seguenti elementi:
– nell’elemento<CausaleACredito>, il codice causale di nuova istituzione “L943”, avente il significato di “Arretrato conguaglio sgravio contributivo per i CdS stipulati ai sensi dell’articolo 1 del DL 30 ottobre 1984, n. 726 (L. 863/1984), nonché dell’art. 21, comma 1, lett. c), D. Lgs. n. 148/2015, anno 2018”;
– nell’elemento <ImportoACredito>, il relativo importo.
Le predette operazioni di conguaglio vanno effettuate entro il giorno 16 febbraio 2020, dalle imprese destinatarie dei decreti direttoriali di autorizzazione, indicate nell’elenco allegato alla circolare n. 133, i cui periodi di Cigs per solidarietà risultino conclusi entro il 31 marzo 2019. Le altre aziende, non indicate nell’elenco, ancorché già destinatarie dei decreti di ammissione alle riduzioni contributive, saranno autorizzate ad operare i conguagli con successive circolari.

Incremento del contributo addizionale sui rinnovi: “chiarimenti” per la compilazione dell’Uniemens


Con messaggio n. 4098 dell’8 novembre 2019, l’Inps fornisce le modalità operative di compilazione del flusso Uniemens, in ordine al pagamento della maggiorazione del contributo addizionale NASpI, nei casi di rapporti di lavoro a tempo determinato rinnovati per un numero di volte estremamente elevato e comunque superiore a nove. Ciò, al fine del superamento della problematica del proliferare dei codici “M7NN” (dove “NN” indica il numero di rinnovo), in attesa di sviluppi procedurali che consentiranno, in futuro, la gestione dei rinnovi con un sistema più semplificato.


Come noto, il contributo addizionale NASpI sui contratti a termine è aumentato di 0,5 punti percentuali in occasione di ciascun rinnovo di contratto, anche in regime somministrazione, che sia intervenuto a far tempo dal 14 luglio 2018. In sostanza, la misura ordinaria dell’1,4% va incrementata dello 0,5%, cui va aggiunto nuovamente l’incremento dello 0,5% in caso di ulteriore rinnovo. Ai soli fini della determinazione della misura del contributo addizionale al quale aggiungere l’incremento dello 0,5%, non si tiene conto dei rinnovi contrattuali intervenuti precedentemente al 14 luglio 2018. Sul piano generale, la fattispecie del rinnovo ricorre quando l’iniziale contratto raggiunge la scadenza originariamente prevista o successivamente prorogata e le parti procedono alla sottoscrizione di un ulteriore contratto a termine. Considerato che la disciplina dei rapporti a termine si applica anche alla somministrazione di lavoratori assunti a tempo determinato, l’aumento del contributo addizionale NASpI opera anche nei casi in cui lo stesso utilizzatore abbia instaurato un precedente contratto di lavoro a termine con il medesimo lavoratore ovvero nell’ipotesi inversa. Altresì, qualora venga modificata la causale originariamente apposta a un contratto a termine, si configura un rinnovo e non una proroga, anche se l’ulteriore contratto segua il precedente senza soluzione di continuità; in tale ipotesi, pertanto, l’incremento del contributo addizionale è dovuto. Diversamente, nell’ipotesi in cui le parti abbiano stipulato un primo contratto privo di causale, perché di durata inferiore a 12 mesi, e successivamente abbiano prolungato la durata del contratto oltre i 12 mesi, indicando per la prima volta una causale, si configura una proroga e non un rinnovo. L’incremento non si applica:
– ai contratti di lavoro domestico;
– ai rapporti a tempo determinato degli operai agricoli, esclusi dall’applicazione del regime della NASpI;
– i lavoratori assunti a termine in sostituzione di lavoratori assenti;
– i lavoratori assunti a termine per lo svolgimento delle attività stagionali (D.P.R. n. 1525/1963);
– gli apprendisti;
– i lavoratori dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni (art. 1, co. 2, D.Lgs. n. 165/2001).
– alle assunzioni di lavoratori adibiti a svolgere attività di insegnamento, di ricerca scientifica o tecnologica, di trasferimento di know-how e di supporto, di assistenza tecnica o coordinamento all’innovazione, stipulati da università private, incluse le filiazioni di università straniere, istituti pubblici di ricerca, società pubbliche che promuovono la ricerca e l’innovazione, enti privati di ricerca.
Con riferimento alla compilazione dell’Uniemens, i datori di lavoro tenuti al versamento della maggiorazione del contributo addizionale NASpI, a decorrere dalla competenza settembre 2019, espongono nel flusso mensile, nella sezione <AltreADebito> di <DatiRetributivi> di <DenunciaIndividuale>, i lavoratori per i quali è dovuta la maggiorazione, valorizzando i seguenti elementi:
– nell’elemento <CausaleADebito> va inserito uno dei seguenti valori: M701, M702, M703, M704, M7NN, a seconda che si tratti del primo, secondo, terzo, quarto o ennesimo rinnovo;
– nell’elemento <AltroImponibile> va indicata la quota di imponibile soggetta a maggiorazione;
– nell’elemento <NumGG> o <NumOre> va inserito il numero di giorni/ore a cui si riferisce la contribuzione dovuta, secondo la medesima logica di calcolo di <GiorniContributiti> e <OreContribuite>;
– nell’elemento <ImportoADebito> deve essere indicata la maggiorazione del contributo addizionale NASpI dovuta, calcolata secondo la seguente formula: numeroRinnovo x 0,5% x <AltroImponibile> (dove numeroRinnovo = 1 se CausaleADebito = M701, numeroRinnovo = 2 se CausaleADebito = M702, etc.).
Più specificamente, nel caso di un numero di rinnovi estremamente elevato e comunque superiore a nove, premesso che i nove codici da “M701” a “M709” sono già operativi in procedura e posto che X sia il numero di rinnovi, per la valorizzazione in Uniemens dei predetti codici deve essere applicata la seguente formula matematica:
X : 9 = Y + R (dove R indica il resto della divisione X : 9).
In sostanza, deve essere esposto Y volte il codice “M709” ed una volta il codice M70R (dove R è il resto); ad esempio, se trattasi del rinnovo numero 32, essendo 32 : 9 = 3 + 5 (resto), va esposto tre volte il codice “M709” ed una volta “M705”.
In caso di più rinnovi ricadenti nello stesso mese, all’interno della stessa denuncia vanno indicati, contemporaneamente, più codici causali; parimenti, anche il dato importo (contributo) deve essere riproporzionato e gli altri valori (AltroImponibile, numGG e numOre) ripetuti.
Il lavoratore interessato dal rinnovo di un precedente contratto a tempo determinato va indicato nel flusso Uniemens, nell’elemento <Assunzione>, con il codice tipo assunzione “1R” (avente il significato di “Assunzione effettuata a seguito di rinnovo di precedente rapporto a tempo determinato). Se per il lavoratore spettano agevolazioni contributive esposte in Uniemens mediante nettizzazione della contribuzione dovuta, anche l’importo della maggiorazione va calcolato tenendo conto dell’agevolazione spettante.

Da gennaio 2020, Uniemens obbligatorio in caso di aspettativa sindacale e per cariche pubbliche elettive


A decorrere dal periodo di competenza gennaio 2020, pur in assenza di contribuzione, è sussistente per il datore di lavoro l’obbligo di presentazione della denuncia mensile Uniemens, in caso di fruizione da parte del lavoratore di aspettativa o distacco sindacale ovvero aspettativa per cariche pubbliche elettive. la comunicazione con flusso UniEmens diventerà canale esclusivo, in sostituzione delle attestazioni cartacee finora in uso, per comprovare l’esistenza ed il protrarsi dell’aspettativa o del distacco, nonché per attestare le retribuzioni da assumere a base per l’accredito figurativo in caso di aspettativa (Inps, messaggio 31 ottobre 2019, n. 3971).


Nel caso in cui il rapporto di lavoro risulti sospeso per aspettativa o distacco sindacale del lavoratore, ovvero per aspettativa per cariche pubbliche elettive, a decorrere dal periodo di competenza gennaio 2020, pur in assenza di contribuzione, è sussistente per il datore di lavoro l’obbligo di presentazione della denuncia mensile Uniemens, contenente l’indicazione degli elementi utili agli accrediti figurativi connessi alla funzione sindacale o pubblica/elettiva esercitata. I dati dichiarati nel flusso sostituiscono le attestazioni cartacee prodotte all’Ente previdenziale ai fini delle istruttorie dei connessi accrediti figurativi e delle verifiche di legittimità sul versamento della contribuzione aggiuntiva per i sindacalisti (art. 3, commi 5 e 6, D.Lgs. 16 settembre 1996, n. 564), ove richiesto dal sindacato. L’assenza di flussi Uniemens nel periodo di aspettativa o distacco rende impossibile il relativo accredito figurativo a favore del lavoratore e qualifica nel contempo illegittima l’eventuale contribuzione aggiuntiva versata dal sindacato. Per i lavoratori chiamati a funzioni pubbliche elettive o a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali, collocati in aspettativa (art. 31, L. 20 maggio 1970, n. 300), le retribuzioni da riconoscere ai fini del calcolo della pensione sono commisurate alla retribuzione della categoria e qualifica professionale posseduta dall’interessato al momento del collocamento in aspettativa e di volta in volta adeguate in relazione alla dinamica salariale e di carriera della stessa categoria e qualifica. Per i lavoratori collocati in aspettativa da partiti politici o da organizzazioni sindacali, che non abbiano regolato mediante specifiche normative interne o contrattuali il trattamento economico del personale, si prendono in considerazione ai fini predetti le retribuzioni fissate dai contratti nazionali collettivi di lavoro per gli impiegati delle imprese metalmeccaniche (art. 8, co. 8, L. 23 aprile 1981, n. 155). Detto valore, ascrivibile alla retribuzione virtuale e nella sostanza identico al valore annuo che si ottiene moltiplicando la <RetribTeorica> per il <NumMensilita>, rappresenta il dovuto contrattuale (CCNL, integrativo, individuale) con esclusione di quanto connesso alla presenza. Il dovuto ha natura dinamica e deve tener conto non solo dell’assetto retributivo esistente all’atto del collocamento in aspettativa, ma anche degli incrementi che dovessero determinarsi nel tempo dell’aspettativa a seguito di rinnovi contrattuali, reinquadramenti, scatti di categoria o simili. Il riferimento non è solo agli aumenti fisiologici dei valori retributivi per la categoria e/o la qualifica, ma anche ad eventuali nuove voci contrattualmente introdotte da rinnovi o da disposizioni normative sopravvenute.

Omesso pagamento del contributo d’ingresso per i lavoratori in mobilità, la prescrizione è quinquennale


Il contributo d’ingresso per la mobilità si inscrive nella variegata tipologia di oneri economici che l’ordinamento offre in materia di contributi previdenziali (obbligatori, volontari, figurativi, addizionali, di solidarietà, ritenute, oneri economici appunto) con differenze terminologiche che non possono incidere sul regime prescrizionale, per cui pur dandosi atto della precipua diversità, per natura e funzione, dei contributi complessivamente considerati, risponde ad un criterio di ragionevolezza assoggettare alla disciplina della prescrizione quinquennale ex art. 3, co. 9, lett. b), della L. n. 335/1995 (Corte di Cassazione, ordinanza 10 ottobre 2019, n. 25592)


Una Corte d’appello territoriale aveva confermato la decisione di primo grado che aveva parzialmente accolto l’opposizione proposta da un datore di lavoro nei confronti dell’Inps, in proprio e quale procuratore speciale della S.C.C.I. spa e dell’Agente della riscossione, avverso una cartella esattoriale per omesso pagamento del contributo di ingresso per i lavoratori collocati in mobilità, annullandola in parte per intervenuta prescrizione estintiva quinquennale del credito azionato. Secondo la Corte territoriale trovava applicazione la prescrizione quinquennale (art. 3, co. 9, lett. a), L. n. 335/1995), stante la natura contributiva del contributo di mobilità di cui all’articolo 5, comma 4, della Legge n. 223/1991. Avverso tale sentenza ricorre così in Cassazione l’Istituto, lamentando violazione e falsa applicazione della legge (art. 5, co. 4, L. n. 223/1991; art. 3, co. 9, lett. a), L. n. 335/1995), per l’erroneità della ritenuta ascrivibilità nel novero della contribuzione previdenziale degli oneri posti a carico delle imprese che collochino in mobilità il proprio personale.
Per la Suprema Corte il ricorso è da rigettare.
In continuità, infatti, con l’orientamento consolidato di legittimità questa Corte (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 672/2018), va affermato che la ricomprensione della c.d. tassa di ingresso per la mobilità nella categoria della contribuzione previdenziale è coerente con la lettera e la ratio della norma istitutiva e si inscrive nella variegata tipologia di oneri economici che l’ordinamento offre in materia (obbligatori, volontari, figurativi, addizionali, di solidarietà, ritenute, oneri economici) con differenze terminologiche che non possono incidere sull’appartenenza alla comune ed ampia categoria dei contributi previdenziali. Ancor di più, tale differenza terminologica non rileva in tema di regime prescrizionale, per cui pur dandosi atto della precipua diversità, per natura e funzione, dei contributi complessivamente considerati, risponde ad un criterio di ragionevolezza assoggettare alla disciplina della prescrizione quinquennale (art. 3, co. 9, lett. b), L. n. 335/1995) tutti i contributi, nell’accezione ampia comprensiva degli oneri economici che, per ciascun lavoratore posto in mobilità, il datore di lavoro è tenuto a versare alla Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali (corrispondenti, per ciascun lavoratore, ad una somma pari a sei volte il trattamento mensile).